Il cattolico e il peccatore

jesusMolti cristiani sanno stare con i giusti, pochi con i peccatori. E’ un dato di fatto incontrovertibile. Non ci fosse altro potrei fare appello alla mia trentennale esperienza, durante la quale di gruppi, ordini, gruppuscoli, movimenti, appartenenti al mondo cattolico, ne ho conosciuti e tutt’ora ne conosco in abbondanza. L’homus cattolicus, privilegia stare, tra i suoi pari e in questo non è differente dall’homo laicus che privilegia, bar, sedi di partiti, salotti, la piazza, per riunirsi. Tutti uguali, tutti simili, tutti a richiamare simboli, oggetti vari e vestiario, per ritrovarsi ed identificarsi. La strategia del gruppo è anche questa, identificazione ed omologazione perché ci si possa sentire più sicuri all’interno e la sicurezza si sa quanto è importante.

Ebbene dicevamo il cattolico non è strutturato per avere contatti e comunicare con i peccatori. Se un cattolico incontra un peccatore, deve prima assimilarlo a se stesso, ma per far questo deve depurarlo, guarirlo, renderlo innocuo ed inoffensivo. Imporre il peso di regole e leggi che nulla hanno a che fare con il Vangelo, togliergli l’identità personale in nome di una identità superiore, collettiva e cattolica. Il peccatore, non deve guarire, non deve liberarsi in definitiva dei suoi pesi, ma deve entrare a far parte di un gruppo capace di redimerlo con il carisma diffuso del suo fondatore.

Sto volutamente estremizzando, affinché risalti uno dei problemi a mio avviso più importanti che affliggono la Chiesa di oggi. L’incapacità dei singoli di relazionarsi, senza avere alle spalle il supporto di una identificazione di gruppo e collettiva, una identità comune da condividere. Senza di questa non c’è rapporto con il prossimo peccatore e tantomeno c’è rapporto con Gesù.

Gesù nel corso della sua esistenza ha avuto rapporti affettivi, empatie, ma non ha avuto rapporti basati su identità culturali, politiche e religiose. Nutriva simpatia per le persone, per la loro umanità ma rifuggiva da chiunque volesse in qualche modo limitare il raggio d’azione, la portata delle sue parole, della sua grazia, della sua misericordia. “Chi non è contro di noi è per noi” (Marco 9,40). Gli apostoli, i primi cattolici dell’età moderna, già cercavano di accaparrarsi l’esclusività del messaggio evangelico, l’esclusività di esserne interpreti privilegiati e facevano a gara a chi tra loro fosse il più grande. Ma questa non era la logica di Gesù, lui anzi la avversava e la combatteva.

Per questo lui era in grado di incontrare realmente i peccatori, perché non cercava con loro un’identità di idee e di pensieri, non cercava di cambiarli e trasformarli con la sola forza dell’intelletto e della ragione; la forza del suo vangelo risiedeva altrove. Pace, perdono, misericordia, queste le parole chiavi capaci di trasformare il mondo e i cuori della gente.

Nella terra dei viventi

Nella terra dei viventi non possiamo relazionarci come se stessimo parlando a dei fantasmi. Dobbiamo credere che essi siano vivi e sforzarci per quanto ci è possibile di acquisire la consapevolezza di partecipare ad un evento reale. Ma come? Il corpo, la carne evidentemente non ci sono, e questo è un dato di fatto. Ma tutto il resto c’è. Ossia la parola, l’amore con cui ci guardano e sorridono. Nutrirsi di questa idea non significa cibarsi di fandonie, quanto piuttosto abituare la mente a sondare l’insondabile per ricavarne una nuova prospettiva. Sono pensieri sottili che richiedono sforzo, il massimo sforzo da parte nostra. Un impegno totale. Se sono impegnato ad alimentare le mie passioni, la realtà spirituale mi sfuggirà, mi sfuggirà questo legame che c’è tra questa e la vita che verrà. Le grazie ci allargano sempre, ci espandono, ci riempiono di gioia. E ci obbligano a cambiare la prospettiva con cui guardiamo alla realtà. Sono irruzioni del divino nell’umano, che hanno la funzione di riportarci a stretto contatto con la nostra vera identità. Verrebbe da dire c’è grazia per tutti, basta cercarla, invocarla. Possedere uno sguardo per riconoscerla. Dobbiamo essere ghiotti di infinito per potercene cibare veramente.

Ecco allora che quando penso a Gesù, non devo cercare di trattenerlo nei miei pensieri e girarlo e rigirarlo, ma mettermi in ascolto. E lui mi parlerà. Non una ma cento volte, perché se lo eleggo come mio amico, lui non mi negherà la sua amicizia, mai.

Camminare assieme, in compagnia. Gesù-persona e non Gesù-pensiero. Se penso a Gesù, vuol dire che non me lo immagino reale accanto a me. Poniamoci una domanda: preferiamo pensare alle persone che amiamo, oppure averle accanto? La cultura del 900, in primis quella poetica, ha celebrato l’amore come assenza, come separazione come distacco. Ma le radici di questa visione affonda ancor più lontano, pensiamo ad esempio alla sola poesia provenzale, dalla cui esperienza si è sviluppata parte della nostra tradizione lirica. Ebbene era necessaria sempre una certa distanza al poeta vassallo per celebrare la donna amata. Questa visione è giunta fino ai nostri giorni, inducendoci a credere che sia meglio il ricordo e la malinconia di ciò che è stato o che poteva essere, alla realtà presente di ciò che è. L’amore umano evidentemente soffre di questo deficit, da solo, per se stesso, non può giungere alla felicità, senza immaginare di averla già persa o di doverla perdere da un momento all’altro. Si consola così, pregustando la sua rovina, la transitorietà del tempo. E così facendo stringe un’alleanza segreta con la morte, affinché lo inghiotta una volta per tutte ( Denis de Rougemount nel suo magnifico libello L’amour et l’Occident queste cose le ha descritte magistralmente).

Con Cristo è diverso, se smettiamo di pensarlo come si pensa all’amata nella tradizione occidentale, e decidiamo di viverlo, di vivere la sua presenza, per prima cosa nell’eucarestia, l’arricchimento e la gioia saranno garantiti. La sua intrusione nel reale, in quella piccola fetta che ci riguarda e nel tutto, sarà totale e definitiva. E l’esistenza sarà redenta e riscattata.

La terra pesa più del cielo

This is his poison: that we should disbelieve Even that

Wallace Stevens

$_35La terra pesa più del cielo, ha una importanza maggiore nella graduatoria dei nostri pensieri, dei nostri desideri, della nostra volontà. Abbiamo una vita immortale eppure un centinaio di anni bastano a farci dannare. Come è possibile tutto ciò? A mio avviso la risposta è da ricercare proprio in questo squilibrio di interessi che quotidianamente viviamo. Le cose della terra occupano maggiore spazio nella nostra mente, delle cose del cielo. Non solo: le cose della terra occupano lo sfondo ultimo su cui si infrange ogni nostro ragionamento. C’è una cupola sulle nostre teste e non ce ne accorgiamo. Invece di comportarci come se fossimo in missione in terra straniera, in territorio nemico, ci adagiamo, rinunciamo alla nostra missione e finiamo per abbracciare cause che non sono le nostre, non sono quelle originarie. E non c’è cosa peggiore credetemi che combattere per chi non si conosce affatto.  Per chi soprattutto non ci ama.

Tutta la nostra vita è strutturata per ottenere il meglio da questa breve vacanza terrena; dal momento in cui nasciamo cominciano ad esserci aspettative in questo senso, sopra le teste di ciascuno di noi. Non ci viene detto di trovare la posizione sociale migliore per servire Dio, quella che in tal senso può darci le migliori garanzie per poter assolvere il nostro compito. Bensì veniamo incitati a raggiungere posizioni sociali che possano garantirci, qui ed ora, successo, denaro, rispettabilità ecc. Ma soprattutto così facendo si trasmette un messaggio pericoloso: la vita è tutta qui. Nel tempo e nello spazio che avrò da consumare su questo pianeta terra. Un essere quindi fatto per l’immortalità, che non morirà mai dal momento in cui è venuto al mondo, indipendentemente da ciò che farà e ciò che dirà, che sarà quindi eternamente salvo o eternamente dannato, si ritrova con addosso il timore della morte, perchè quella che gli hanno detto essere l’unica vita a sua disposizione, prima o poi finirà, sprofondando nel nulla. Che danno enorme provoca tutto ciò sulla nostra anima, quale sofferenza profonda le comunica!

Il pensiero di Dio viene messo da parte, relegato in un angolo, trattato appunto come pensiero, non come vita. Ogni tanto ce ne ricordiamo, lo tiriamo fuori dal dimenticatoio e pretendiamo che trasformi le nostre vite. Che compia in un solo istante tutto ciò che non siamo stati capaci di realizzare nel corso di anni. E non ci accorgiamo che esso è insufficiente, che è cosa morta, che non coinvolge il desiderio e la volontà. Anche i peccatori adorano il loro Dio ma è un Dio che resta distante che essi non hanno conosciuto, un Dio che non ha trasformato le loro vite, un Dio che sale e scende nella top-ten delle divinità e salvo rari momenti è relegato nelle ultime posizioni. Che tristezza fa vedere Gesù prigioniero della terra e dei suoi abitanti, inchiodato ancora una volta alla Croce… La Salvezza è compiuta ma l’uomo è chiamato consapevolmente ad abbracciarla, a fare di essa la sostanza da cui trarre alimento, la fontana da cui attingere l’acqua, la vite a cui innestare il tralcio della propria esistenza, il fondamento dell’amore e della gioia.

Ma c’è un’altra questione che resta irrisolta. Il disconoscere l’esistenza di Satana, il suo imperio su questo mondo, non ci aiuta a riscoprire la nostra vera identità. E non si tratta certo di superstizione bensì di ragionevolezza il riconoscere le sue opere. Tutto in definitiva si può ricondurre alla sua azione e all’incapacità dell’anima a correre subito ai ripari, nutrendosi dell’unico cibo che può servire come antidoto contro tale nemico: Gesù Eucarestia.

Papa Francesco uno di noi

papa-francescoPapa Francesco sta cercando di riportare la Chiesa all’ascolto e alla comprensione del Vangelo eliminando tutte quelle sovrastrutture, quei meccanismi più o meno articolati e complessi, che si sono andati formando nel corso dei secoli e che non avendo nulla di evangelico inevitabilmente la appesantiscono e schiacciano sotto il suo stesso peso.

Ha un occhio puntato sulla ferita che sanguina e le sue parole come il bisturi di un abile chirurgo penetrano a fondo individuando la radice del male (in questo non fa altro che proseguire l’opera intrapresa dal suo predecessore Benedetto XVI, ma con maggiore concretezza e più slancio non fosse altro che per la diversa età biologica). L’altro occhio invece mira ad attualizzare i frutti della Misericordia Divina, nel renderli alla portata di tutti (era stato Giovanni Paolo II ad istituire la festa della Divina Misericordia, la prima domenica dopo Pasqua, quindi anche in questo papa Francesco si dimostra perfettamente in linea con chi l’aveva preceduto).

Ma tornando al Vangelo, riscoprirlo significa mettere al centro della propria esistenza Gesù, il viaggiare con lui a fianco, cercare di conoscerlo, di istituire con lui una relazione, un rapporto. Come ho già detto altrove, non è impresa semplice questa. Dove abita Gesù? Dove si trova? La risposta che ci offre Papa Francesco, è mio avviso questa: Gesù lo trovi nel Vangelo, ancor prima che nella Chiesa. E’ un invito non ad abbandonare e ad uscire dalla Chiesa, ma ad entravi ancor di più , ad esserne protagonisti istituendo un rapporto diretto e intimo con colui che ne è il fondatore. E’ una verità semplice e scomoda al tempo stesso. Perché a volte è più facile nascondersi, nei vari movimenti, ordini e gruppi parrocchiali, vivere una fede parassitaria, protetti dall’organismo del quale si fa parte e tralasciare di avere un rapporto diretto con Gesù. La mediazione degli altri è necessaria perché nessuno si salva da solo, ma la mediazione a volte passa anche attraverso la voce e l’esperienza di chi non crede e soprattutto il mediatore per eccellenza colui che ha gettato un ponte tra cielo e terra è Cristo, non altri. A volte dimentichiamo di essere gregge con un unico pastore e preferiamo essere gruppi con a capo leader carismatici. Tornare a Gesù mediante il vangelo, significa scoprire la propria vocazione, dare un senso alla propria esperienza, essere profeti sempre e comunque.

Papa Francesco è concreto, un uomo del popolo vero e autentico, è Papa ma anche Parroco, uno come noi, capace di parole alte e al tempo stesso basse, di mostrarci come la verità di Dio sia presente in tutti i momenti della nostra giornata, da quelli apparentemente più sacri a quelli profani. Quando al termine di ogni Angelus ci augura buon pranzo, la mente inevitabilmente corre al piatto che ci aspetta sulla tavola, alla convivialità di quel momento, ma a ben guardare il “pane quotidiano” quello vero, è racchiuso in un libro, nelle sue parole è c’è da augurarsi che non manchi mai dalle nostre mense. E questo il Papa lo sa. Mangiatene a volontà di quella Parola! A messa, nell’Eucarestia e non solo.

Per Amore del suo nome

nomeMi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome (Salmo 23)

Non perché mi ama, ma perché ama se stesso? Anzi ama il suo nome…ma che roba è questa? Una sorta di brand reputation ante litteram, in cui il brand è rappresentato da un nome impronunciabile, indicibile. Una brand reputation che giova alla salvezza degli uomini. Qui ci avventuriamo in territorio nuovo e inesplorato, ai confini dell’autostima e del narcisismo.

Proviamo a domandarci: cosa facciamo noi per amore del nostro nome? E cosa significa amare il proprio nome? Partiamo da questa seconda domanda, per poi risalire lentamente sulla cima della seconda. Amare il proprio nome significa amare ciò che sono e ciò che sono diventato? Direttor. Dott. Ing. gran. ladr. di gran croc. pezz. di merd direbbe Fantozzi. Cioè amare titoli e distintivi? Ma titoli e distintivi a ben guardare stanno prima e dopo il nome o comunque assieme al nome, lo accompagnano ma non sono il nome. Spesso noi ci identifichiamo con loro, ma così facendo ignoriamo il nostro nome, la nostra vera essenza. Quindi nessun prefisso e suffisso è il nome. Come neppure, grammaticalmente, nessun aggettivo che può dargli più o meno lustro, maggiore o minore visibilità o valore. Quindi siamo lontani da una idea di mercato e l’idea iniziale di una brand reputation fondata sul nome viene meno.

Davide il salmista allora a cosa allude quando dice “per amore del suo nome”? Torniamo indietro, anche se abbiamo formulato già una terza domanda resta da rispondere ancora alla seconda. Cosa facciamo noi per amore del nostro nome, della nostra reputazione? Solitamente i grandi e gli spacconi, raramente i misericordiosi. Per amore di un nome che come abbiamo visto non è un vero nome ma tutto un contorno grammaticale di prefissi suffissi, aggettivi, avverbi, articoli, preposizioni, noi non essendo radicati nella nostra essenza, ma in una reputazione transitoria e passeggera che muta in continuazione, siamo come bandiere al vento sbalzati dalla dea fortuna, oscillanti tra autostima e narcisismo, tra depressione e disperazione.

Il nome di Dio è l’esistere, l’esistenza stessa, senza fronzoli e ulteriori aggiunte. E’ un nome che in realtà allude ad un verbo, che è una condizione originaria, presente e futura. Attraversare l’esistenza da cima a fondo, dall’inizio alla fine. Pieta e misericordia, salvezza per gli uomini. Questo è ancor più il nome di Dio. Un nome che non si svuota, che non perde il senso con il passare del tempo, qualcosa di diverso da ciò a cui alludeva san Bernardo parlando di Roma antica: stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus. Un nome Vivente!

Il Cloud di Dio

cloudIl Cloud di Dio è diverso, è particolare. Serve tutti indistintamente ed è strutturato per la condivisione. Ciascuno vi attinge la propria identità, la propria esistenza e si salva solamente ciò che risulta idoneo al regno dei cieli. E’ una nuvola che un giorno ci inghiottirà e saremo completamente liquidi e digitali e sperimenteremo il silenzio che è assenza di linguaggio, di parole. Quanto ad ora, ci sforziamo di decifrarla, con un alto tasso di fraintendimento che a volte si trasforma in intuizione e genialità.

Ma a ben vedere la nuvola non è così lontana ha compiuto il processo inverso, si è incarnata. E’ diventata corpo e sangue, ha trasformato il mondo, lo ha redento. E noi vediamo scorrere i numeri dell’incarnazione, l’algoritmo dell’Amore sull’epidermide del nostro Salvatore. Il vento dello Spirito ce lo riporta, ce lo conduce, ce lo svela. Soffia sul nostro viso, rinnovando la storia, la linea del tempo.

E tutto diventa familiare, alla portata, per sancire un nuovo inizio, una nuova avventura. L’inconoscibile, è alla portata dell’uomo che si mette in cerca e all’ascolto. Oggi correggendo alcuni compiti dei ragazzi ho trovato scritto che la musica “li ha salvati”. Allora ho pensato: se siamo capaci di salvarci gli uni gli altri con le nostre canzoni, con le nostre parole, tanto più sarà capace di salvarci Colui che è l’ispiratore di tutto ciò. Dobbiamo aiutare i giovani a guardare dietro ogni parola, dietro ogni emozione, non in maniera narcisistica, non per specchiarcisi dentro ed ingigantire il proprio Io. Ma per insegnare loro a rendere a grazie non solo alla creatura, ma anche al creatore. Affinché la loro felicità, transitoria e fugace si trasformi in gioia piena e durevole.

Rendimento di grazie e Lode a te Signore!

I giovani e la musica

Auguriamoci che l’opera intrapresa da papa Francesco continui, senza interruzione: rinnovamento e pulizia all’interno della chiesa. Opera che prosegue per altro il lavoro cominciato dal suo predecessore. Un punto sul quale sin qui si è riflettuto poco, è la continuità esistente tra i due pontificati su questo aspetto. Ma questa è soltanto una considerazione a latere.

In questi giorni di deserto spirituale si sente tutto il peso di certe scelte e certe decisioni. Conforta l’incontro con Gesù, diretto esplicito, coinvolgente. Caro Gesù, amico fidato, amore. Solitamente mi piace iniziare così il colloquio con lui, e poi lasciare che la polvere del silenzio mi avvolga. Oggi riflettevo su una cosa. Che grande responsabilità che ha la musica e più precisamente i cantanti sulle nuove generazioni. I suoni e le parole possono avere la possibilità di scardinare edifici logori di parole e tempo, vite spezzate, consumate dalle dipendenze. Questo spesso è il vissuto dei giovani e solo la musica per alcuni può essere capace di riattivare risonanze profonde e spingerli alla ricerca di una strada, di un cammino che non c’è e che solo loro possono percorrere: ognuno il suo.

Qui il vento soffia forte e sembra non cessare mai. I suoni profondi dell’anima, parole e musica strumento di dialogo e comunione con noi stessi, con quella parte di noi che ancora non conosciamo, che scopriamo poco a poco. Se solo sapessero i ragazzi che dietro ogni nota, dietro ogni parola che li scuote, li innalza, c’è nascosto Dio. Che quell’estasi, quel godimento, quel pianto, quel riso, quella nostalgia che dura il tempo di un mp3 è solo l’inizio dell’avventura che esso è espressione di qualcosa d’altro, di qualcosa di più nascosto. Ecco allora che quando i ragazzi mi chiedono “ma come faccio a scrivere” gli rispondo, scavate dentro di voi e troverete grandi ricchezze.