Nella terra dei viventi

Nella terra dei viventi non possiamo relazionarci come se stessimo parlando a dei fantasmi. Dobbiamo credere che essi siano vivi e sforzarci per quanto ci è possibile di acquisire la consapevolezza di partecipare ad un evento reale. Ma come? Il corpo, la carne evidentemente non ci sono, e questo è un dato di fatto. Ma tutto il resto c’è. Ossia la parola, l’amore con cui ci guardano e sorridono. Nutrirsi di questa idea non significa cibarsi di fandonie, quanto piuttosto abituare la mente a sondare l’insondabile per ricavarne una nuova prospettiva. Sono pensieri sottili che richiedono sforzo, il massimo sforzo da parte nostra. Un impegno totale. Se sono impegnato ad alimentare le mie passioni, la realtà spirituale mi sfuggirà, mi sfuggirà questo legame che c’è tra questa e la vita che verrà. Le grazie ci allargano sempre, ci espandono, ci riempiono di gioia. E ci obbligano a cambiare la prospettiva con cui guardiamo alla realtà. Sono irruzioni del divino nell’umano, che hanno la funzione di riportarci a stretto contatto con la nostra vera identità. Verrebbe da dire c’è grazia per tutti, basta cercarla, invocarla. Possedere uno sguardo per riconoscerla. Dobbiamo essere ghiotti di infinito per potercene cibare veramente.

Ecco allora che quando penso a Gesù, non devo cercare di trattenerlo nei miei pensieri e girarlo e rigirarlo, ma mettermi in ascolto. E lui mi parlerà. Non una ma cento volte, perché se lo eleggo come mio amico, lui non mi negherà la sua amicizia, mai.

Camminare assieme, in compagnia. Gesù-persona e non Gesù-pensiero. Se penso a Gesù, vuol dire che non me lo immagino reale accanto a me. Poniamoci una domanda: preferiamo pensare alle persone che amiamo, oppure averle accanto? La cultura del 900, in primis quella poetica, ha celebrato l’amore come assenza, come separazione come distacco. Ma le radici di questa visione affonda ancor più lontano, pensiamo ad esempio alla sola poesia provenzale, dalla cui esperienza si è sviluppata parte della nostra tradizione lirica. Ebbene era necessaria sempre una certa distanza al poeta vassallo per celebrare la donna amata. Questa visione è giunta fino ai nostri giorni, inducendoci a credere che sia meglio il ricordo e la malinconia di ciò che è stato o che poteva essere, alla realtà presente di ciò che è. L’amore umano evidentemente soffre di questo deficit, da solo, per se stesso, non può giungere alla felicità, senza immaginare di averla già persa o di doverla perdere da un momento all’altro. Si consola così, pregustando la sua rovina, la transitorietà del tempo. E così facendo stringe un’alleanza segreta con la morte, affinché lo inghiotta una volta per tutte ( Denis de Rougemount nel suo magnifico libello L’amour et l’Occident queste cose le ha descritte magistralmente).

Con Cristo è diverso, se smettiamo di pensarlo come si pensa all’amata nella tradizione occidentale, e decidiamo di viverlo, di vivere la sua presenza, per prima cosa nell’eucarestia, l’arricchimento e la gioia saranno garantiti. La sua intrusione nel reale, in quella piccola fetta che ci riguarda e nel tutto, sarà totale e definitiva. E l’esistenza sarà redenta e riscattata.

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La terra pesa più del cielo

This is his poison: that we should disbelieve Even that

Wallace Stevens

$_35La terra pesa più del cielo, ha una importanza maggiore nella graduatoria dei nostri pensieri, dei nostri desideri, della nostra volontà. Abbiamo una vita immortale eppure un centinaio di anni bastano a farci dannare. Come è possibile tutto ciò? A mio avviso la risposta è da ricercare proprio in questo squilibrio di interessi che quotidianamente viviamo. Le cose della terra occupano maggiore spazio nella nostra mente, delle cose del cielo. Non solo: le cose della terra occupano lo sfondo ultimo su cui si infrange ogni nostro ragionamento. C’è una cupola sulle nostre teste e non ce ne accorgiamo. Invece di comportarci come se fossimo in missione in terra straniera, in territorio nemico, ci adagiamo, rinunciamo alla nostra missione e finiamo per abbracciare cause che non sono le nostre, non sono quelle originarie. E non c’è cosa peggiore credetemi che combattere per chi non si conosce affatto.  Per chi soprattutto non ci ama.

Tutta la nostra vita è strutturata per ottenere il meglio da questa breve vacanza terrena; dal momento in cui nasciamo cominciano ad esserci aspettative in questo senso, sopra le teste di ciascuno di noi. Non ci viene detto di trovare la posizione sociale migliore per servire Dio, quella che in tal senso può darci le migliori garanzie per poter assolvere il nostro compito. Bensì veniamo incitati a raggiungere posizioni sociali che possano garantirci, qui ed ora, successo, denaro, rispettabilità ecc. Ma soprattutto così facendo si trasmette un messaggio pericoloso: la vita è tutta qui. Nel tempo e nello spazio che avrò da consumare su questo pianeta terra. Un essere quindi fatto per l’immortalità, che non morirà mai dal momento in cui è venuto al mondo, indipendentemente da ciò che farà e ciò che dirà, che sarà quindi eternamente salvo o eternamente dannato, si ritrova con addosso il timore della morte, perchè quella che gli hanno detto essere l’unica vita a sua disposizione, prima o poi finirà, sprofondando nel nulla. Che danno enorme provoca tutto ciò sulla nostra anima, quale sofferenza profonda le comunica!

Il pensiero di Dio viene messo da parte, relegato in un angolo, trattato appunto come pensiero, non come vita. Ogni tanto ce ne ricordiamo, lo tiriamo fuori dal dimenticatoio e pretendiamo che trasformi le nostre vite. Che compia in un solo istante tutto ciò che non siamo stati capaci di realizzare nel corso di anni. E non ci accorgiamo che esso è insufficiente, che è cosa morta, che non coinvolge il desiderio e la volontà. Anche i peccatori adorano il loro Dio ma è un Dio che resta distante che essi non hanno conosciuto, un Dio che non ha trasformato le loro vite, un Dio che sale e scende nella top-ten delle divinità e salvo rari momenti è relegato nelle ultime posizioni. Che tristezza fa vedere Gesù prigioniero della terra e dei suoi abitanti, inchiodato ancora una volta alla Croce… La Salvezza è compiuta ma l’uomo è chiamato consapevolmente ad abbracciarla, a fare di essa la sostanza da cui trarre alimento, la fontana da cui attingere l’acqua, la vite a cui innestare il tralcio della propria esistenza, il fondamento dell’amore e della gioia.

Ma c’è un’altra questione che resta irrisolta. Il disconoscere l’esistenza di Satana, il suo imperio su questo mondo, non ci aiuta a riscoprire la nostra vera identità. E non si tratta certo di superstizione bensì di ragionevolezza il riconoscere le sue opere. Tutto in definitiva si può ricondurre alla sua azione e all’incapacità dell’anima a correre subito ai ripari, nutrendosi dell’unico cibo che può servire come antidoto contro tale nemico: Gesù Eucarestia.