Famiglia o Chiesa Domestica?

michelangelo-tondo-doniNon siamo solo famiglia, ma Chiesa Domestica. Se i tempi fanno sì che le parole debbano veicolare contenuti e realtà diverse, possiamo sempre trovarne delle nuove per esprimere quello che siamo. Ed ogni famiglia cristiana a ben vedere dovrebbe essere o diventare una piccola chiesa domestica capace di esprimere qualcosa di più del semplice legame di sangue, qualcosa di più del pur legittimo amore umano. Un centro di irradiazione del mondo, un exemplum, una fonte di ispirazione. Nel nuovo medioevo nel quale viviamo, tra breve non ci sarà più spazio per la centralità della Chiesa. Che sia un bene o un male a noi non interessa giudicarlo. Ma è un dato di fatto che si ripartirà da tanti piccoli centri capaci di resistere, capaci di rinnovarsi, capaci di sperare contro ogni speranza.

Dobbiamo andare oltre la famiglia, e non solo perché ormai è talmente allargata, geneticamente modificata e trasformata da non rendersi più riconoscibile ai nostri occhi. Il vero cristiano non teme questa situazione, ma anzi è consapevole che si tratta di un’occasione unica. La consapevolezza di essere chiesa domestica significa consapevolezza del proprio ruolo, della propria missione, significa consapevolezza di essere protagonisti, cooperatori. Ciascuno nel proprio Nazareth, operando nel nascondimento e lontani dalla tentazione della socialità e della mondanità, cooperando attraverso una rete di relazioni autentiche con le tante altre piccole chiese domestiche che da qui a poco accenderanno le loro lampade.

Quindi perché accanirsi per preservare un termine che appare oggi così promiscuo e compromesso e non provare a sostituirlo con un’idea nuova veicolata da un vocabolo che ha tutto il sapore dei primordi della nostra fede cristiana: Domus Ecclesia?

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Sia fatta la tua volontà

Charles_de_FoucauldMentre ero in attesa contemplavo dna di esistenze che parevano complete e appagate. Tubi fluorescenti, coriandoli e bolle di sapone. Non sapevo come spiegare a parole il senso di completezza e appagamento che ne derivavo.

L’attesa è già compimento, in Paradiso è così, il Regno dei Cieli è questo. Non c’è bisogno di impossessarsi delle cose basta contemplarle, goderne senza possesso. Senza ansia alcuna, senza fretta e crudeltà del tempo, senza avvertirla. Una goccia di vino, un pesce ce li hai dentro per l’eternità. Non serve sperimentarli. E’ come quando una cosa la desideri tanto e l’attesa prolunga il piacere e l’attesa è piacere senza delusione. Si potrà fare a meno di ciò che è necessario e per questo goderne di più, infinitamente di più.

Molto spesso invece passiamo attraverso l’esistenza con stati d’animo che non ci consentono minimamente di apprezzare ciò che stiamo vivendo. Molteplici preoccupazioni generano ansia diffusa, un rumore di sottofondo che sembra non cessare mai e che a volte si trasforma in un vero e proprio frastuono. Se non c’è pace in noi, non c’è pace attorno a noi. Ma la pace non si ottiene grazie al raggiungimento di determinati obbiettivi, al verificarsi di condizioni che ci consentono di vivere finalmente “in pace”. La pace non è risoluzione dei problemi, ma accettazione di essi; sospensione e affidamento…abbandono.

La preghiera dell’abbandono di Charles de Foucauld che conobbi anni or sono, ha trovato il giusto arricchimento per me con l’atto di abbandono di don Dolindo Ruotolo. La seconda svela per così dire i retroscena della prima e arricchisce l’essenzialità di parole nate ai margini del deserto. Un percorso spirituale affascinante che poco alla volta mi ha illuminato sul senso, il valore, delle parole che Gesù ci insegna per rivolgerci al Padre: “Sia fatta la tua volontà”.

Misericordiae Vultus

bolla-716x1024A volte riceviamo Grazie insperate, come quella di una novena detta assieme ai figli, quella iniziata il Venerdì Santo e conclusasi il sabato successivo, alla vigilia della festa della Divina Misericordia. Non siamo stati bravi noi, perché con tutta la nostra svogliatezza e stanchezza, aver trovato ogni sera 20 minuti circa e per nove sere consecutive, il tempo e la voglia di pregare, lo considero un mezzo miracolo. Liti tra fratelli, fraintendimenti tra marito e moglie, televisione, tablet, lavori domestici, tutto in una famiglia sembra concorrere contro la preghiera. Eppure ci abbiamo provato e ci siamo riusciti, increduli, sorpresi, sempre più grati sera dopo sera. Ci si è manifestato il “volto della misericordia divina”, in anticipo di qualche mese sull’apertura dell’Anno Santo. E forse non è un caso, forse questo rispecchia fino in fondo la nostra storia di famiglia legata ormai da anni alla Beata Madre Speranza di Gesù che della misericordia di Dio nei confronti dei peccatori ha fatto il centro del suo messaggio terreno.

Confesso che alcuni anni fa questa parola mi era assolutamente estranea e se la conoscevo essa non rivestiva a livello intellettuale alcuna attrazione per me. Erano altri gli aspetti del messaggio di Gesù che mi colpivano e mi interessavano, primo fra tutti il linguaggio, la parola, la comunicazione. Poi un giorno mi fu detto: Ricorda… eterna è la sua misericordia! E tutti i miei calcoli, i miei pensieri furono superati, sorpassati, per sovrabbondanza, per grazia in un colpo solo. Il perdono non avveniva una volta soltanto e in virtù di uno sforzo umano non troppo sincero, non troppo definitivo, bensì parziale e limitato. Ero perdonato, e lo sarei stato ancora infinite volte e il tutto gratuitamente. Perdonato guarito e curato, con un intervento che sarebbe durato fino al giorno della mia morte e anche dopo. Si trattava solamente di dire sì e di mettersi  in viaggio.

In questa nuova logica della misericordia, così come la compresi allora, mi ritrovai passo dopo passo sempre più immerso, nonostante le cadute, nonostante i ripensamenti, la precarietà e fragilità della mia persona. E non ne sono più uscito, protetto e circondato da una rete capace di svolgere la trama della mia esistenza e di dare ad essa un senso profondo. E qui nella domesticità dei miei giorni, trovo la sensazione di pienezza e compimento.

Che la misericordia di Cristo ci avvolga tutti e il suo volto ci illumini, in questo Anno Santo che verrà.

Sotto la Croce

maria-donne-croce-20150401110904Non c’è educazione alla parola. Viviamo un’epoca di emergenza linguistica che è anche emergenza educativa. Guardando i ragazzi, ascoltandoli mi convinco sempre di più che “non sanno quello che dicono” e “dicono quello che non sanno”.

Partiamo dal presupposto che le parole tutte o quasi tutte sono state sdoganate, non esistono parole impronunciabili. E se queste non esistono, non esisteranno neppure idee e pensieri che non possono essere espressi. Tutto si può dire e questo a prescindere dal contesto in cui ci troviamo. Non esiste pubblico e nemmeno privato ma un unico grande palcoscenico della vita sul quale ognuno pronuncia le sue parole sotto gli occhi di familiari, colleghi di lavoro, amici, conoscenti, perfetti sconosciuti. Prima eravamo più nascosti e al tempo stesso più responsabili del nostro linguaggio, adesso siamo continuamente esposti e incapaci di difenderci. L’unica possibilità di difesa che ci resta è sparare a zero nel mucchio, sperando di colpire qualcuno con le nostre pallottole verbali. Viene da se che la cosiddetta “parolaccia”, sia la prima a servirci, a venirci in soccorso, in questo gioco al massacro.

I ragazzi sono così, mostri linguistici abnormi, un “insulto” per se stessi e per chi gli capitata a portata di mano. Tutto questo in una certa misura c’è sempre stato, e nessuno quindi si sorprende o punta il dito sulle nuove generazioni. C’è un fatto però che non torna: come per essere giovani è sempre più necessario lo sballo, di alcolici droghe e sesso, così sembra necessario e auspicabile lo sballo linguistico. Tutto viene istituzionalizzato, diventa alla portata di tutti, fa parte di cultura e valori condivisi, mode e tendenze.

E’ un parlare senza ascolto che quindi non diventa comunicazione, ma solo ed unicamente sfogo. Domande che non trovano risposte e risposte che non hanno domande perché nessuno le ha mai fatte. Bullismo linguistico e strafottenza, come quello dei soldati e di quanti sotto la croce si prendevano gioco di Cristo, il Venerdì Santo. Superficialità nel giudicare e condannare il prossimo, mancanza di rispetto.

Ebbene mentre tutto ciò veniva sciorinato sotto la Croce Santa, ieri, come oggi, dai giovani di allora, come dai giovani di adesso, c’era un uomo appeso lassù, un Dio, che invocava perdono e misericordia. Queste le sue ultime parole questo, l’inizio della nostra Resurrezione.  Pater dimitte illis non enim sciunt quid faciunt  Luca 23,34

Bambini

bambini-multietniciI bambini hanno un serbatoio di idee e di amore, per vivere bene, per compiere la loro missione. Loro alla fine dei loro giorni, ci arriverebbero senza contaminarsi troppo. Perché vengono dall’altro mondo e portano con sé un carico di amore e di salvezza. E’ il mondo che li contamina, li snatura, li frena, li irretisce e alla fine li persuade che sono figli suoi. Un bambino è un dono per l’eternità, un dono che non dura solamente in questa vita ma anche nell’altra, in quella che verrà. E i bambini hanno sempre qualcosa da insegnare ai loro genitori, qualcosa da comunicare perché sono “freschi” del contatto con Dio. Dovremmo avere il coraggio di metterci alla loro sequela e apprendere nuovamente l’arte della disponibilità, della collaborazione. Solo per questo carico di fidatezza di cui si fanno interpreti e testimoni spetterebbe loro un ruolo primario all’interno del nucleo familiare. Dovremmo andare a scuola da loro. Invece capita che un genitore qualunque spesso senza preparazione culturale e spirituale adeguate, pretende di riversare sul bambino quelle poche cose che ha imparato nel corso della vita e si improvvisa educatore. Non solo: lo fa partendo dalla premessa sbagliata che sarà lui a dare e l’altro a ricevere eludendo il principio di reciprocità che è connaturato ad ogni relazione.

Quando si è bambini, adolescenti, si ha sempre fretta di diventare adulti. Dovremmo sentirci noi grandi responsabili di questa fretta. Io credo infatti che essa non sia totalmente connaturata al bambino. Bensì egli osserva e intuisce che solo crescendo potrà realmente far valere i suoi diritti. Perché gli adulti sono sordi in realtà. Non tengono conto delle sue esigenze più profonde e vere. Danno scarso peso alle sue idee innovative, le temono, le vivono come una minaccia all’ordine costituito. Soprattutto per quanto si sforzino del contrario, non riescono a considerarlo un interlocutore credibile.

Queste ed altre ancora, sono le sfide alle quali nessun genitore può sottrarsi ma è solo tenendo lo sguardo fisso su Cristo, che le nostre parole saranno qualcosa di più di semplici aspirazioni a bene operare.

Il cattolico e il peccatore

jesusMolti cristiani sanno stare con i giusti, pochi con i peccatori. E’ un dato di fatto incontrovertibile. Non ci fosse altro potrei fare appello alla mia trentennale esperienza, durante la quale di gruppi, ordini, gruppuscoli, movimenti, appartenenti al mondo cattolico, ne ho conosciuti e tutt’ora ne conosco in abbondanza. L’homus cattolicus, privilegia stare, tra i suoi pari e in questo non è differente dall’homo laicus che privilegia, bar, sedi di partiti, salotti, la piazza, per riunirsi. Tutti uguali, tutti simili, tutti a richiamare simboli, oggetti vari e vestiario, per ritrovarsi ed identificarsi. La strategia del gruppo è anche questa, identificazione ed omologazione perché ci si possa sentire più sicuri all’interno e la sicurezza si sa quanto è importante.

Ebbene dicevamo il cattolico non è strutturato per avere contatti e comunicare con i peccatori. Se un cattolico incontra un peccatore, deve prima assimilarlo a se stesso, ma per far questo deve depurarlo, guarirlo, renderlo innocuo ed inoffensivo. Imporre il peso di regole e leggi che nulla hanno a che fare con il Vangelo, togliergli l’identità personale in nome di una identità superiore, collettiva e cattolica. Il peccatore, non deve guarire, non deve liberarsi in definitiva dei suoi pesi, ma deve entrare a far parte di un gruppo capace di redimerlo con il carisma diffuso del suo fondatore.

Sto volutamente estremizzando, affinché risalti uno dei problemi a mio avviso più importanti che affliggono la Chiesa di oggi. L’incapacità dei singoli di relazionarsi, senza avere alle spalle il supporto di una identificazione di gruppo e collettiva, una identità comune da condividere. Senza di questa non c’è rapporto con il prossimo peccatore e tantomeno c’è rapporto con Gesù.

Gesù nel corso della sua esistenza ha avuto rapporti affettivi, empatie, ma non ha avuto rapporti basati su identità culturali, politiche e religiose. Nutriva simpatia per le persone, per la loro umanità ma rifuggiva da chiunque volesse in qualche modo limitare il raggio d’azione, la portata delle sue parole, della sua grazia, della sua misericordia. “Chi non è contro di noi è per noi” (Marco 9,40). Gli apostoli, i primi cattolici dell’età moderna, già cercavano di accaparrarsi l’esclusività del messaggio evangelico, l’esclusività di esserne interpreti privilegiati e facevano a gara a chi tra loro fosse il più grande. Ma questa non era la logica di Gesù, lui anzi la avversava e la combatteva.

Per questo lui era in grado di incontrare realmente i peccatori, perché non cercava con loro un’identità di idee e di pensieri, non cercava di cambiarli e trasformarli con la sola forza dell’intelletto e della ragione; la forza del suo vangelo risiedeva altrove. Pace, perdono, misericordia, queste le parole chiavi capaci di trasformare il mondo e i cuori della gente.

Nella terra dei viventi

Nella terra dei viventi non possiamo relazionarci come se stessimo parlando a dei fantasmi. Dobbiamo credere che essi siano vivi e sforzarci per quanto ci è possibile di acquisire la consapevolezza di partecipare ad un evento reale. Ma come? Il corpo, la carne evidentemente non ci sono, e questo è un dato di fatto. Ma tutto il resto c’è. Ossia la parola, l’amore con cui ci guardano e sorridono. Nutrirsi di questa idea non significa cibarsi di fandonie, quanto piuttosto abituare la mente a sondare l’insondabile per ricavarne una nuova prospettiva. Sono pensieri sottili che richiedono sforzo, il massimo sforzo da parte nostra. Un impegno totale. Se sono impegnato ad alimentare le mie passioni, la realtà spirituale mi sfuggirà, mi sfuggirà questo legame che c’è tra questa e la vita che verrà. Le grazie ci allargano sempre, ci espandono, ci riempiono di gioia. E ci obbligano a cambiare la prospettiva con cui guardiamo alla realtà. Sono irruzioni del divino nell’umano, che hanno la funzione di riportarci a stretto contatto con la nostra vera identità. Verrebbe da dire c’è grazia per tutti, basta cercarla, invocarla. Possedere uno sguardo per riconoscerla. Dobbiamo essere ghiotti di infinito per potercene cibare veramente.

Ecco allora che quando penso a Gesù, non devo cercare di trattenerlo nei miei pensieri e girarlo e rigirarlo, ma mettermi in ascolto. E lui mi parlerà. Non una ma cento volte, perché se lo eleggo come mio amico, lui non mi negherà la sua amicizia, mai.

Camminare assieme, in compagnia. Gesù-persona e non Gesù-pensiero. Se penso a Gesù, vuol dire che non me lo immagino reale accanto a me. Poniamoci una domanda: preferiamo pensare alle persone che amiamo, oppure averle accanto? La cultura del 900, in primis quella poetica, ha celebrato l’amore come assenza, come separazione come distacco. Ma le radici di questa visione affonda ancor più lontano, pensiamo ad esempio alla sola poesia provenzale, dalla cui esperienza si è sviluppata parte della nostra tradizione lirica. Ebbene era necessaria sempre una certa distanza al poeta vassallo per celebrare la donna amata. Questa visione è giunta fino ai nostri giorni, inducendoci a credere che sia meglio il ricordo e la malinconia di ciò che è stato o che poteva essere, alla realtà presente di ciò che è. L’amore umano evidentemente soffre di questo deficit, da solo, per se stesso, non può giungere alla felicità, senza immaginare di averla già persa o di doverla perdere da un momento all’altro. Si consola così, pregustando la sua rovina, la transitorietà del tempo. E così facendo stringe un’alleanza segreta con la morte, affinché lo inghiotta una volta per tutte ( Denis de Rougemount nel suo magnifico libello L’amour et l’Occident queste cose le ha descritte magistralmente).

Con Cristo è diverso, se smettiamo di pensarlo come si pensa all’amata nella tradizione occidentale, e decidiamo di viverlo, di vivere la sua presenza, per prima cosa nell’eucarestia, l’arricchimento e la gioia saranno garantiti. La sua intrusione nel reale, in quella piccola fetta che ci riguarda e nel tutto, sarà totale e definitiva. E l’esistenza sarà redenta e riscattata.