Esperienza VS Fede

La fede non si accresce per esperienza, ma prestando ascolto. Oggi va molto di moda l’idea di fare esperienza delle cose per accrescere il proprio vissuto. Fare esperienza per un giovane il più delle volte significa non prestare ascolto alle parole di un altra persona, spesso di un adulto. Provare, sperimentare, per riuscire a farsi un’idea che non sia già preconfezionata e bigotta. Più esperienze ho fatto e più posso considerarmi una persona di valore, di mentalità aperta. Tutto ciò è contrario alla fede. La fede si basa sull’ascolto, su una ragionevole fiducia accordata all’altro. Non mi serve fare esperienze uso la ragione e presto fede alle tue parole. L’esperienza isola, la fede accresce la fraternità, favorisce la relazione.

Giussani diceva che ciò che vedo è meno ragionevole di ciò che ascolto. Nel primo caso uso i sensi, nel secondo la ragione. La nostra fede si è trasmessa per secoli accordando una ragionevole fiducia a chi era stato testimone di un evento eccezionale e ce lo aveva raccontato.  E la Chiesa di oggi? Così desiderosa di nuove esperienze, dove sta andando?

Canto di un bivio o canto del Cigno

E’ ormai parecchio tempo che vado avanti nonostante il vaticano, sebbene non sia un prete di periferia. Il problema però non è tanto sono di Apollo o sono di Paolo (Benedetto o Francesco)  perchè già l’apostolo delle genti ci ammoniva che siamo di Cristo che ci ha riscattato a caro prezzo, il tifo confiniamolo negli stadi, quanto piuttosto: dove stiamo andando? La Chiesa ha perso la bussola, non c’è più direzionalità nelle sue parole e nelle sue azioni. Si  elogia la possibilità della sceltà, la vastità delle sue opzioni come se questo fosse garanzia di successo cioè conversione. Si aprono le porte dell’ovile nella speranza che entrino tutti o quantomeno molti senza accorgersi che fuggono anche quei pochi che già stavano dentro: il piccolo resto. Santa Teresa della Croce al secolo Edith Stein avrebbe fatto  notare che Gesù ha detto dove due o tre persone sono riunite in preghiera io sarò in mezzo a  loro;  due o tre persone appunto non  due o tremila chiosava la carmelitana polacca. Ma si sa, siamo nell’era della globalizzazione contano i grandi numeri e la chiesa si adegua. Ci ritroviamo ad un grande bivio non ci sono indicazioni, è vero che anche sbagliando strada potremmo ritrovare la direzione (Caminante no hay camino se hace camino al andar), ma siamo sicuri che in ciò consista il  valore della nostra libertà?

Famiglia o Chiesa Domestica?

michelangelo-tondo-doniNon siamo solo famiglia, ma Chiesa Domestica. Se i tempi fanno sì che le parole debbano veicolare contenuti e realtà diverse, possiamo sempre trovarne delle nuove per esprimere quello che siamo. Ed ogni famiglia cristiana a ben vedere dovrebbe essere o diventare una piccola chiesa domestica capace di esprimere qualcosa di più del semplice legame di sangue, qualcosa di più del pur legittimo amore umano. Un centro di irradiazione del mondo, un exemplum, una fonte di ispirazione. Nel nuovo medioevo nel quale viviamo, tra breve non ci sarà più spazio per la centralità della Chiesa. Che sia un bene o un male a noi non interessa giudicarlo. Ma è un dato di fatto che si ripartirà da tanti piccoli centri capaci di resistere, capaci di rinnovarsi, capaci di sperare contro ogni speranza.

Dobbiamo andare oltre la famiglia, e non solo perché ormai è talmente allargata, geneticamente modificata e trasformata da non rendersi più riconoscibile ai nostri occhi. Il vero cristiano non teme questa situazione, ma anzi è consapevole che si tratta di un’occasione unica. La consapevolezza di essere chiesa domestica significa consapevolezza del proprio ruolo, della propria missione, significa consapevolezza di essere protagonisti, cooperatori. Ciascuno nel proprio Nazareth, operando nel nascondimento e lontani dalla tentazione della socialità e della mondanità, cooperando attraverso una rete di relazioni autentiche con le tante altre piccole chiese domestiche che da qui a poco accenderanno le loro lampade.

Quindi perché accanirsi per preservare un termine che appare oggi così promiscuo e compromesso e non provare a sostituirlo con un’idea nuova veicolata da un vocabolo che ha tutto il sapore dei primordi della nostra fede cristiana: Domus Ecclesia?

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Sia fatta la tua volontà

Charles_de_FoucauldMentre ero in attesa contemplavo dna di esistenze che parevano complete e appagate. Tubi fluorescenti, coriandoli e bolle di sapone. Non sapevo come spiegare a parole il senso di completezza e appagamento che ne derivavo.

L’attesa è già compimento, in Paradiso è così, il Regno dei Cieli è questo. Non c’è bisogno di impossessarsi delle cose basta contemplarle, goderne senza possesso. Senza ansia alcuna, senza fretta e crudeltà del tempo, senza avvertirla. Una goccia di vino, un pesce ce li hai dentro per l’eternità. Non serve sperimentarli. E’ come quando una cosa la desideri tanto e l’attesa prolunga il piacere e l’attesa è piacere senza delusione. Si potrà fare a meno di ciò che è necessario e per questo goderne di più, infinitamente di più.

Molto spesso invece passiamo attraverso l’esistenza con stati d’animo che non ci consentono minimamente di apprezzare ciò che stiamo vivendo. Molteplici preoccupazioni generano ansia diffusa, un rumore di sottofondo che sembra non cessare mai e che a volte si trasforma in un vero e proprio frastuono. Se non c’è pace in noi, non c’è pace attorno a noi. Ma la pace non si ottiene grazie al raggiungimento di determinati obbiettivi, al verificarsi di condizioni che ci consentono di vivere finalmente “in pace”. La pace non è risoluzione dei problemi, ma accettazione di essi; sospensione e affidamento…abbandono.

La preghiera dell’abbandono di Charles de Foucauld che conobbi anni or sono, ha trovato il giusto arricchimento per me con l’atto di abbandono di don Dolindo Ruotolo. La seconda svela per così dire i retroscena della prima e arricchisce l’essenzialità di parole nate ai margini del deserto. Un percorso spirituale affascinante che poco alla volta mi ha illuminato sul senso, il valore, delle parole che Gesù ci insegna per rivolgerci al Padre: “Sia fatta la tua volontà”.

Misericordiae Vultus

bolla-716x1024A volte riceviamo Grazie insperate, come quella di una novena detta assieme ai figli, quella iniziata il Venerdì Santo e conclusasi il sabato successivo, alla vigilia della festa della Divina Misericordia. Non siamo stati bravi noi, perché con tutta la nostra svogliatezza e stanchezza, aver trovato ogni sera 20 minuti circa e per nove sere consecutive, il tempo e la voglia di pregare, lo considero un mezzo miracolo. Liti tra fratelli, fraintendimenti tra marito e moglie, televisione, tablet, lavori domestici, tutto in una famiglia sembra concorrere contro la preghiera. Eppure ci abbiamo provato e ci siamo riusciti, increduli, sorpresi, sempre più grati sera dopo sera. Ci si è manifestato il “volto della misericordia divina”, in anticipo di qualche mese sull’apertura dell’Anno Santo. E forse non è un caso, forse questo rispecchia fino in fondo la nostra storia di famiglia legata ormai da anni alla Beata Madre Speranza di Gesù che della misericordia di Dio nei confronti dei peccatori ha fatto il centro del suo messaggio terreno.

Confesso che alcuni anni fa questa parola mi era assolutamente estranea e se la conoscevo essa non rivestiva a livello intellettuale alcuna attrazione per me. Erano altri gli aspetti del messaggio di Gesù che mi colpivano e mi interessavano, primo fra tutti il linguaggio, la parola, la comunicazione. Poi un giorno mi fu detto: Ricorda… eterna è la sua misericordia! E tutti i miei calcoli, i miei pensieri furono superati, sorpassati, per sovrabbondanza, per grazia in un colpo solo. Il perdono non avveniva una volta soltanto e in virtù di uno sforzo umano non troppo sincero, non troppo definitivo, bensì parziale e limitato. Ero perdonato, e lo sarei stato ancora infinite volte e il tutto gratuitamente. Perdonato guarito e curato, con un intervento che sarebbe durato fino al giorno della mia morte e anche dopo. Si trattava solamente di dire sì e di mettersi  in viaggio.

In questa nuova logica della misericordia, così come la compresi allora, mi ritrovai passo dopo passo sempre più immerso, nonostante le cadute, nonostante i ripensamenti, la precarietà e fragilità della mia persona. E non ne sono più uscito, protetto e circondato da una rete capace di svolgere la trama della mia esistenza e di dare ad essa un senso profondo. E qui nella domesticità dei miei giorni, trovo la sensazione di pienezza e compimento.

Che la misericordia di Cristo ci avvolga tutti e il suo volto ci illumini, in questo Anno Santo che verrà.

Sotto la Croce

maria-donne-croce-20150401110904Non c’è educazione alla parola. Viviamo un’epoca di emergenza linguistica che è anche emergenza educativa. Guardando i ragazzi, ascoltandoli mi convinco sempre di più che “non sanno quello che dicono” e “dicono quello che non sanno”.

Partiamo dal presupposto che le parole tutte o quasi tutte sono state sdoganate, non esistono parole impronunciabili. E se queste non esistono, non esisteranno neppure idee e pensieri che non possono essere espressi. Tutto si può dire e questo a prescindere dal contesto in cui ci troviamo. Non esiste pubblico e nemmeno privato ma un unico grande palcoscenico della vita sul quale ognuno pronuncia le sue parole sotto gli occhi di familiari, colleghi di lavoro, amici, conoscenti, perfetti sconosciuti. Prima eravamo più nascosti e al tempo stesso più responsabili del nostro linguaggio, adesso siamo continuamente esposti e incapaci di difenderci. L’unica possibilità di difesa che ci resta è sparare a zero nel mucchio, sperando di colpire qualcuno con le nostre pallottole verbali. Viene da se che la cosiddetta “parolaccia”, sia la prima a servirci, a venirci in soccorso, in questo gioco al massacro.

I ragazzi sono così, mostri linguistici abnormi, un “insulto” per se stessi e per chi gli capitata a portata di mano. Tutto questo in una certa misura c’è sempre stato, e nessuno quindi si sorprende o punta il dito sulle nuove generazioni. C’è un fatto però che non torna: come per essere giovani è sempre più necessario lo sballo, di alcolici droghe e sesso, così sembra necessario e auspicabile lo sballo linguistico. Tutto viene istituzionalizzato, diventa alla portata di tutti, fa parte di cultura e valori condivisi, mode e tendenze.

E’ un parlare senza ascolto che quindi non diventa comunicazione, ma solo ed unicamente sfogo. Domande che non trovano risposte e risposte che non hanno domande perché nessuno le ha mai fatte. Bullismo linguistico e strafottenza, come quello dei soldati e di quanti sotto la croce si prendevano gioco di Cristo, il Venerdì Santo. Superficialità nel giudicare e condannare il prossimo, mancanza di rispetto.

Ebbene mentre tutto ciò veniva sciorinato sotto la Croce Santa, ieri, come oggi, dai giovani di allora, come dai giovani di adesso, c’era un uomo appeso lassù, un Dio, che invocava perdono e misericordia. Queste le sue ultime parole questo, l’inizio della nostra Resurrezione.  Pater dimitte illis non enim sciunt quid faciunt  Luca 23,34

Bambini

bambini-multietniciI bambini hanno un serbatoio di idee e di amore, per vivere bene, per compiere la loro missione. Loro alla fine dei loro giorni, ci arriverebbero senza contaminarsi troppo. Perché vengono dall’altro mondo e portano con sé un carico di amore e di salvezza. E’ il mondo che li contamina, li snatura, li frena, li irretisce e alla fine li persuade che sono figli suoi. Un bambino è un dono per l’eternità, un dono che non dura solamente in questa vita ma anche nell’altra, in quella che verrà. E i bambini hanno sempre qualcosa da insegnare ai loro genitori, qualcosa da comunicare perché sono “freschi” del contatto con Dio. Dovremmo avere il coraggio di metterci alla loro sequela e apprendere nuovamente l’arte della disponibilità, della collaborazione. Solo per questo carico di fidatezza di cui si fanno interpreti e testimoni spetterebbe loro un ruolo primario all’interno del nucleo familiare. Dovremmo andare a scuola da loro. Invece capita che un genitore qualunque spesso senza preparazione culturale e spirituale adeguate, pretende di riversare sul bambino quelle poche cose che ha imparato nel corso della vita e si improvvisa educatore. Non solo: lo fa partendo dalla premessa sbagliata che sarà lui a dare e l’altro a ricevere eludendo il principio di reciprocità che è connaturato ad ogni relazione.

Quando si è bambini, adolescenti, si ha sempre fretta di diventare adulti. Dovremmo sentirci noi grandi responsabili di questa fretta. Io credo infatti che essa non sia totalmente connaturata al bambino. Bensì egli osserva e intuisce che solo crescendo potrà realmente far valere i suoi diritti. Perché gli adulti sono sordi in realtà. Non tengono conto delle sue esigenze più profonde e vere. Danno scarso peso alle sue idee innovative, le temono, le vivono come una minaccia all’ordine costituito. Soprattutto per quanto si sforzino del contrario, non riescono a considerarlo un interlocutore credibile.

Queste ed altre ancora, sono le sfide alle quali nessun genitore può sottrarsi ma è solo tenendo lo sguardo fisso su Cristo, che le nostre parole saranno qualcosa di più di semplici aspirazioni a bene operare.